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Società e politica al tempo del digitale

Il metaverso è uno spazio virtuale, ma il suo impatto sarà reale”, recita uno spot pubblicitario in voga, volto a mostrare il lato suadente del mondo digitale applicato ai bisogni quotidiani. La tecnologia, però, non semplifica soltanto le attività umane, ma incide profondamente sui nostri comportamenti, sulle nostre modalità di espressione ed interazione, in breve sulla stessa sostanza umana.

Questi aspetti sono evidenziati alla perfezione nel saggio “Il trono oscuro – Magia, potere e tecnologia nel mondo contemporaneo” (Luiss University Press, Roma, 2022) di Andrea Venanzoni, che ci pregia di questa intervista.

Leggiamo nel Suo saggio: «la costruzione di un nuovo mondo ha, per sua stessa inevitabile fisiologia, la conseguenza di portare il reale nel virtuale, di modificarlo strutturalmente, di riassemblarlo, di ricodificarlo e farlo quindi divenire un nuovo reale come se non fosse copia di nessun originale ma, al contrario, un atto di assoluta creazione. Ambizione di qualunque processo rivoluzionario e magico, e dello stesso totalitarismo che assommò rivoluzione e magia, è quella di creare un nuovo ordine delle cose e di popolarlo di uomini nuovi». Quale ordine e quale “uomo nuovo” si stagliano all’orizzonte?

«Da tempo anche antropologi, storici delle religioni, filosofi hanno iniziato a interrogarsi sulla fondazione di un autentico Homo Cybericus o Homo Digitalis. Un paradigma ontologico innervato di strumenti tecnici che finiscono per divenire parte essenziale dell’uomo stesso, della sua mente, della sua anima, del suo panorama interiore.

Ogni prospettiva di modellazione di un uomo nuovo, nella storia dell’umanità, non ha esattamente condotto a un futuro di prosperità, basta considerare il riferimento all’uomo nuovo che accomunava nazisti e comunisti: l’idea, oggi come allora, è quella della tabula rasa, del rendere vergine di cultura, sentimenti, istinti l’essere umano e in certa misura riprogrammarlo.

Quando si parla di riprogrammazione, me ne rendo conto, si ha sempre il retrogusto amaro in bocca del complottismo: in realtà, è qualcosa di molto più semplice e lineare, perché dietro la altisonante e roboante promessa di liberarci da limiti, barriere, malattie, magari anche dalla morte come sembrano fare certe derive transumaniste, si produce un senso totale di affidamento e di abbandono nelle braccia dei titani del digitale, che ci aiuteranno, così dicono, renderanno la nostra vita migliore.

Joel Kotkin ha delineato questo processo di ridefinizione dei modelli sociali e antropologici parlando di ‘neofeudalesimo digitale’, concetto che io stesso ho espresso e utilizzato in altri contesti. L’ordine originante da questa caotica deriva di silicio nei fatti assomiglia ai rapporti contrattuali di decentramento funzionale, ma in realtà iper-centralizzati, che contraddistingueva alcuni modelli feudali. Il punto è che naturalmente, come in ogni feudalesimo che si rispetti, l’utente finale, il consumatore, il cittadino rischiano il riflusso non a cavaliere, a feudatario, ma a servo della gleba.»

“L’uomo nuovo” della “nuova realtà” esiste in quanto ha una sua dimensione digitale. Lei osserva nel saggio: «Il digital divide non è astrattamente l’ipotesi di persone che rimangono indietro nella erogazione di servizi pubblici digitali, ma la situazione in cui persone cessano davvero di esistere, perché il virtuale è tracimato dai confini evanescenti dei bit e ha invaso la realtà immergendo ogni ambito nella sua nebbia». Siamo dunque destinati ad essere avatar di noi stessi?

«Da tempo, chi studia e si interroga sulle conseguenze di una fervente digitalizzazione dei diritti e dei servizi pubblici si è reso conto di come l’analfabetismo digitale, da un lato, e dall’altro lato la mancanza di strumenti digitali rendano la condizione del cittadino decisamente misera. Anzi, in certa misura e dati certi termini, un cittadino senza strumenti tecnologici per ora diviene un cittadino di “serie B”, con il rischio tra un po’ di tempo di non essere più cittadino. Sono un grande sostenitore della cultura digitale e della tecnologia, ma l’enfasi statale sulla semplificazione digitale è assai spesso del tutto destituita di qualunque fondamento. Il digitale burocratizzato nelle mani dello Stato è spesso un incubo di complicazione, oltre a ingenerare non banali problemi di fruibilità e di concreto esercizio di un diritto. Si pensi agli anziani, a chi non ha SPID, a chi, per motivi economici o anche semplicemente logistici (vivere in aree depresse del Paese) ha una pessima connessione alla Rete.

Direi quindi che per ora il problema reale è questa divaricazione pre-moderna che finisce per modellare un sistema castale tra chi ha strumenti potenti e può avere accesso a diritti e servizi e gli altri che invece ne rimangono più o meno esclusi. Poi, certamente, c’è l’altro problema: un utilizzo totalizzante del medium digitale finisce per determinare una contro-realtà. Metaverso, Second Life, da un lato e dall’altro le interazioni dialogiche con ChatGPT, finiscono per alterare la fisionomia e la prospettiva di insieme del reale e per immergerci in una coltre azzurrognola di virtualità purissima e caotica. L’espansione virale di alcune piattaforme social, come Twitch, dentro cui gli streamer spesso rimangono in live per giorni interi, senza mai smettere di parlare, spesso sproloquiando anche perché nessuno potrebbe davvero produrre contenuti di qualche valore parlando per 50 ore di seguito senza esaurirsi, producono una riduzione totalizzante ad uno tra reale e virtuale; di più, influiscono sul modo di rapportarci alla vita, al dialogo, perché formano e plasmano la realtà seguendo le regole del codice tecnico del mezzo espressivo.

Lo streamer è avatar di sé stesso, porterà nella sua vita tutte le cicatrici di silicio della sua comunicazione digitalizzata: la persona, che è già maschera e nascondimento semantico, si rende personaggio evanescente, senza più capacità di discernimento tra falso e vero.»

Assistiamo sempre più ad una inversione dei rapporti di potere tra soggetti pubblici e privati, con questi ultimi che finiscono sempre più per dettare le agende di vasta scala. Al riguardo, Lei scrive: «Lo scenario metastorico prefigurato dal misticismo hi-tech è senza dubbio punteggiato di cattedrali gnostiche, rituali informazionali, e soprattutto da una modellazione castale della società stessa che passa per una contrattualizzazione dei rapporti sociali e per una dipendenza sempre più marcata dei cittadini/sudditi da una ristretta cerchia di potere». Le signorie neofeudali prenderanno quindi definitivamente il sopravvento sugli Stati nazionali?

«La lezione della pandemia è stata assai severa in questo. Gli Stati, gli antichi, obsoleti, canuti Stati nazionali, spesso incapaci per fisiologia di innovazione, persi come sono dietro stanchi e ossificati rituali burocratici, si sono piegati alla logica delle grandi piattaforme, molto più snelle nei loro percorsi decisionali e di innovazione. In Italia lo abbiamo visto con la app IO; per poterla far scaricare, lo Stato nei fatti si è dovuto accordare, da posizione certamente non di forza, con le grandi piattaforme digitali.

In questo senso e in questa prospettiva, mi sembra una strada tracciata o se si preferisce segnata. Ricollegandomi a quanto ho affermato in tema di un ordine nuovo originante dalla autocoscienza intrinsecamente politica delle piattaforme digitali, direi che nessuno sano di mente potrebbe ad oggi negare che i titani del digitale nutrano una loro oggettiva agenda politica, una complessiva visione del mondo. Non è più solo mero mercato, non è vendita di servizi, ma strutturazione di un nuovo paradigma di società.»

Un capitolo del Suo saggio è dedicato alla figura dell’Homo Digitalis. E’ questo l’“uomo nuovo” del transumanesimo, interconnesso e meta-cyborg?

 «Sin dagli studi sul ‘Cyborg’ di Donna Haraway o del ‘computer intimo’ di cui parla Deborah Lupton, ci si è resi conto che la tecnologia diventa parte sostanziale del dato umano. Nulla di nuovo, verrebbe da dire, forse solo una evoluzione concettuale delle riflessioni sulla tecnica. Il punto, però, è che le riflessioni sulla tecnica del Novecento erano riflessioni sullo strumento e sulla sua dialettica relazionalità con umano e mondo, mentre ora la riflessione è sia sullo strumento quanto sulla fondazione dello strumento e sul suo codice intrinseco. Noi viviamo perennemente in rete, connessi. In un eterno divenire di dati e informazioni e sollecitazioni, una mobilitazione totale digitale che ci plasma e ci rende altro da noi.

L’Homo Digitalis, o Cybericus, a seconda della fantasia definitoria dell’autore, è un uomo-macchina che compartecipa tanto della dimensione individuale delle proprie preferenze quanto di quelle collettive della rete stessa che lo influenza e lo rende ciò che è: la mente-alveare di cui parla Kevin Kelly, o l’intelligenza collettiva di cui oggi sentiamo molto parlare anche nel lessico politico, sono concetti intrinsecamente collettivistici, in cui sia pur per fini cooperativi e collaborativi l’individuo diventa recessivo.»

Da ultimo, Le chiediamo di più su uno dei capitoli più curiosi, dedicato al “Meme Magick”. Come si sta trasformando il mondo di comunicare e di fare la politica, oggigiorno? Ci sarà ancora spazio per i contenuti complessi, o ci ridurremo inevitabilmente ad essere fruitori di messaggi effimeri?

«La piattaforma è un modello talmente pervasivo e forte da inglobare e fagocitare qualunque aspetto del reale che si presenti come intrinsecamente debole. La crisi della ‘rappresentanza’ politica non fa eccezione: gli obsolescenti modelli partitici non si sono semplicemente rinnovati, a contatto con il digitale, ma ne sono rimasti vittime.

Partiti digitali in cui la struttura organizzativa e comunicativa è del tutto digitalizzata, disincarnata, producono una forma di rappresentanza politica oggettivamente totale, assorbente, in cui l’individuo perde del tutto valore. Da questo punto di vista restano di stringente attualità le notazioni critiche che Carl Schmitt già negli anni venti, con straordinaria preveggenza, aveva formulato sulla computer-crazia: la democrazia diretta digitale è fuffa, fuffa pericolosa, come sottolinea pure Norberto Bobbio.

In Islanda, a seguito della crisi dei debiti sovrani che ha spazzato via il loro sistema bancario, hanno pensato nel 2011 di riscrivere la Carta costituzionale: per fare questo, hanno integrato nel loro processo costituente oltre al Parlamento, pure le piattaforme social come Facebook. Un percorso costituente modellato su Facebook. Non a caso l’esperimento si è risolto in una catastrofe con scarsi precedenti: la iper-semplificazione del lessico digitale da social è incompatibile con qualunque sensibile approfondimento. Lo vediamo anche nella vita politica quotidiana, ridotta tutta a flussi di comunicazione in cui non veniamo resi edotti di fatti ma soltanto di questo autoreferenziale flusso di nozioni, promesse, info-grafiche, meme.

Non possiamo lamentarci della scarsissima qualità delle classi dirigenti politiche se poi il dibattito politico stesso non va oltre roba alla ‘buongiornissimokaffé??: il paradosso è che il digitale sembrava promettere disintermediazione e partecipazione diretta ma, non sorprendentemente visto il codice tecnico sotteso, ha avallato la costruzione di modelli politici satrapici, iper-verticistici e super-centralizzati.»

Questi sono soltanto alcuni dei temi approfonditi nel prezioso saggio di Venanzoni, il cui pregio è quello di esaminare il fenomeno del mondo digitale in chiave multidisciplinare e olistica, attingendo dall’esoterismo, dalla geopolitica, dall’antropologia. Un’indagine lucida, scevra da pregiudizi precostituiti e da superficiali complottismi e millennarismi, che restituisce una descrizione cristallina dei fenomeni sociali in atto, affinché si possa ancora prendere coscienza e decidere del nostro prossimo destino.

 

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