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Qatar 2022: un mistero mondiale

Tutto fuorchè una storia di sport (parte 1)

Come è stato possibile che la Fifa abbia deciso di assegnare il principale evento calcistico al mondo ad un piccolo paese arabo senza tradizioni sportive, senza strutture adeguate, e in più caratterizzato da un clima desertico? Il libro di Gianluca Mazzini, “Qatar 2022: un mistero mondiale” – Lupetti Editore, si propone di rispondere a questo interrogativo fondamentale. Nel farlo, l’autore dà prova di una competenza geopolitica tale da tradurre con (apparente) semplicità tematiche a dir poco complesse. L’assegnazione del Mondiale al Qatar è infatti tutto fuorché una storia di sport. In essa s’intrecciano i destini politici ed economici delle maggiori potenze mondiali. In tal senso, il libro di Mazzini è un’inchiesta che, prendendo come spunto una questione sportiva – o presunta tale –, si spinge ben oltre i propri iniziali propositi.

L’Emirato del Qatar si estende su un territorio poco più grande dell’Abruzzo, con una popolazione di circa 2,8 milioni di abitanti, il 90% dei quali sono stranieri. È il Paese con il reddito pro capite più alto al mondo. La sua posizione geografica è insieme pericolosa e strategica.

Pericolosa, perché il Qatar è stretto dalla morsa di quattro superpotenze medio-orientali: ad ovest, in ordine di prossimità, Bahrein e Arabia Saudita – i rapporti con Riad erano eccellenti, ma dopo la sconfitta delle monarchie del Golfo nella guerra in Siria sono diventati pessimi, al punto che Doha, sul piano geopolitico, si sta avvicinando sempre di più alla Repubblica Islamica dell’Iran, rivale storico dei Saud –, ad est gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman. Strategica, perché è proprio trovandosi nella terra di mezzo del territorio più ricco di petrolio e gas puro al mondo – elemento, quest’ultimo, che approfondiremo a breve – che questa piccola penisola ricopre un tassello cruciale nello scacchiere medio-orientale.

Il Qatar, tessera cruciale nel puzzle delle superpotenze medio-orientali

Dall’analisi di Gianluca Mazzini emerge chiaramente tutta l’ambiguità a cui è costretto il Qatar per convivere pacificamente coi vicini di casa. Di recente, tuttavia, il Qatar si è reso protagonista di un evento che ha cambiato il panorama geopolitico della regione. È il dicembre del 2018. Con un ritiro paragonabile alla nostra Brexitil Qatar, storico membro dell’OPEC – Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio –, si chiama fuori dal gruppo. La motivazione è evidente: il Qatar è infatti il primo paese per esportazione di gas naturale – gas puro – al mondo.

Le riserve di gas naturale scoperte nel 1971 a North Field sono illimitate. Il petrolio, al contrario, non è infinito. E il Qatar – che pure è attualmente uno dei massimi esportatori di petrolio – ha in casa “il petrolio del futuro”, non soggetto al rischio di estinzione.

«Il Qatar, dopo la scoperta del petrolio nel 1939 e i giacimenti di gas naturale nel 1971, ha conosciuto uno sviluppo economico pari a nessun altro Paese al mondo. Un’ascesa economica che non si è mai fermata».

E mai si fermerà, aggiungiamo noi chiosando Mazzini.

La storia del Qatar è allora scandita da tre eventi fondamentali: (1) la scoperta del petrolio; (2) quella del gas naturale; (3) la svolta politica a fine anni Novanta con Hamad. L’emiro, il primo della sua dinastia – al-Thaini – ad aver ricevuto un’educazione internazionale, depone il padre nel 1996. Nel 2000 viene incoronato Emiro del Qatar, una carica che detiene fino al 2013, quando il potere passa nelle mani del figlio Tamim, grande appassionato di pallone.  Attento alle dinamiche culturali moderne – il Qatar, cosa impensabile per la vicina Arabia Saudita, consente la libertà di culto – e alla complessità del mondo che va acquisendo e conquistando pezzo dopo pezzo, la monarchia costituzionale di cui Tamim è a capo è lungi dal poter essere definita laica. Il Qatar, pur essendo grande sponsor internazionale della Fratellanza Musulamanarimane un Paese di confessione wahhabita, confessione islamica che prende il nome dal suo fondatore, il teologo Muhammad ibn Abd al-Wahhab, che convertì Muhammad ibn Saud, fondatore e sovrano dell’Arabia Saudita, nel 1744.

Quello del Qatar è definito wahhabismo del mare, in opposizione al wahhabismo del deserto, per la relativa “dolcezza” del suo modus o(pe)randi. La realtà è sensibilmente diversa. Come riporta Mazzini, l’Ong di Doha finanzia 8.148 moschee e 490 scuole di memorizzazione del Corano, di cui 148 tra moschee e centri islamici nella sola Europa. Il Qatar vive dunque con un piede in due staffe. Per esprimersi con le parole di Mazzini,

«[è] il Paese all’avanguardia dei cambiamenti che coinvolgono il Medio Oriente, e al contempo […] la Nazione fieramente radicata nel suo passato tribale e nelle sue tradizioni».

Il destino del Paese viene infatti presentato come indissolubilmente legato al clan al-Thani. La festività nazionale più importante dell’Emirato (18 dicembre) ricorda sì l’unificazione del Qatar avvenuta nel 1878, ma celebra soprattutto lo sceicco Jassin bin Mohammed capostipite del clan. «Non è un caso che proprio in quel giorno, nel 2022, si disputerà la finale della Coppa del Mondo di Calcio», aggiunge Mazzini.

Abbiamo dunque brevemente accennato alla politica – la monarchia non sembra essere in discussione; chi vive in Qatar vive bene, ma, suggerisce Mazzini, l’ingresso nella cultura qatariota di Università di alto ed ampio livello formativo potrebbe mutare il quadro della situazione nei prossimi anni –; abbiamo detto della religione, il terreno sul quale il Qatar rimane più ambiguo; veniamo ora ad un ultimo, ma non sottovalutabile, problema: la creazione di Al Jazeera, canale giornalistico e televisivo fondato nel 1996 per volontà dell’Emiro Hamad, con un investimento pari a 137 milioni di dollari (per i primi cinque anni di attività).

Non è difficile immaginare il peso che, attraverso l’organo di stampa medio-orientale più famoso del pianeta – lo trovate da anni sul nostro Sky, ad esempio –, il Qatar ha potuto esercitare nelle decisioni da prendere sullo scacchiere geo-politico di questa zona – si pensi soltanto alla Primavera Araba, della cui “imparziale” narrazione si è fatta carico, con conseguenti oneri e onori, proprio Al Jazeera.

«Il network è stato ed è un punto di forza assoluta del piccolo Qatar. Uno strumento essenziale per la sua sopravvivenza politica e per la sua strategia geopolitica».

Nel libro, Mazzini dedica molte e interessanti pagine alla storia del canale, che ha un punto di non ritorno a livello di audience: l’annuncio di vendetta contro le forze statunitensi di Osama Bin Laden, trasmesso dalla CNN con logo Al Jazeera, il 16 ottobre del 2001, poco più di un mese dopo la strage delle Torri Gemelle. Questo ci permette di allacciarci alla questione del terrorismo. Il Qatar è accusato, dai suoi vicini, di sostenere e proteggere numerosi gruppi terroristici che mirano a destabilizzare la regione. Tra questi: i Fratelli Musulmani in Egitto, lo Stato Islamico (ISIS) e anche al Qaeda (e le formazioni di sua derivazione come Jabhat al Nusra) in Siria. Ma le accuse arrivano anche dall’Occidente e riguardano il finanziamento di moschee e centri islamici. Finanziamento che avviene attraverso la Qatar Charity Foundation, sorta di Deus ex machina delle operazioni economiche e politiche del Paese.

Nel settembre del 2017 il settimanale parigino Le Point pubblica un’esplosiva intervista del presidente francese Emmanuel Macron. Senza mezzi termini il numero uno dell’Eliseo accusa Qatar e Arabia Saudita di aver “contribuito al terrorismo”. L’analisi di Mazzini si ferma a lungo su questo punto, delicato per almeno due ragioni:

  • la Francia è senza dubbio – dai tempi di Sarkozy – il Paese europeo che intrattiene i più floridi rapporti con il Qatar, a livello economico come politico;
  • l’Islam, presente anche e soprattutto nella sua forma “nichilistica” – come la definisce Gianluca Marletta, citato da Mazzini, ne La guerra del Tempio (2019, ed. Irfan) – in Francia e nelle sue banlieu – la gran parte delle quali sotto proprio il controllo finanziario del Qatar –; ebbene, l’Islam gioca un ruolo cruciale, senza dubbio ambiguo, nel processo di espansione qatariota in Europa. Le parole di Macron meritano un’analisi che qui non ci è possibile affrontare nel dettaglio – rimandiamo, per questo, allo splendido terzo capitolo del libro di Mazzini, intitolato Guerre, rivoluzioni e Jihad, di cui riportiamo almeno la conclusione:

«Oltre ad intrattenere ottime relazioni con la Turchia di Erdogan, il Qatar continua a ospitare incontri diplomatici riservati, come quello tra gli Stati Uniti e i talebani afghani del febbraio 2019. L’assedio commerciale e il blocco dei trasporti imposto da Riad ha spinto Doha a cercare una sponda sempre più importante nella Repubblica Islamica. […] Unendo oggi i puntini della presenza politica e finanziaria del Qatar in Medio Oriente, in questa fase storica, emerge un poligono irregolare che dal Golfo arriva al Mediterraneo aggirando l’Arabia Saudita e passando per Iran, Iraq, Turchia, per poi scendere verso sud in Libano e proseguendo verso Israele e Gaza, giungendo infine in Sudan, almeno fino all’epoca di Bashir. Non male per un Paese sotto assedio».

(continua…)

 

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2 Commenti

  1. Anonimo

    Una storia ignobile .. un poderoso giro di tangenti .. un mondiale in uno stato canaglia che finanziava lateralmente L
    Isis . Un evento non evento

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  2. mauro melchionda

    Ma come è possibile, che con queste premesse, la comunità mondiale possa partecipare a questa manifestazione, tutti si rendono complici.

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